Ho un’amica che aveva la fobia dei ragni, quando ne compariva uno, la si vedeva veramente andare fuori di testa in modo che davvero faceva quasi paura. L’ho rivista dopo un anno per una grigliata all’aperto.

Quando un ragnetto è sceso dall’albero sopra di noi, ho temuto che ribaltasse la tavola, ma invece ha fatto un solo passo indietro, ha chiuso gli occhi, ha fatto un forte respiro e ha chiesto di toglierlo in modo molto tranquillo. Dopo qualche risata ricordando qualche ragno degli anni precedenti, ci ha un po’ spiegato del condizionamento classico e di come stesse “curando” la sua aracnofobia. Ecco cosa ho scoperto.

Che cos’è il condizionamento classico?

Lo studio del condizionamento classico risale ai primi decenni del Novecento ed è di Ivan Pavlov. Questo studioso facendo degli esperimenti con i cani, riuscì a dimostrare che era possibile creare nell’animale un’associazione fra uno stimolo specifico e una risposta comportamentale.

I suoi studi furono ripresi poi anche da un altro studioso che aveva trattato argomenti simili: John Watson. Lui però fece gli stessi esperimenti su un bambino orfano di nove mesi, inducendogli la fobia dei topi e di tutto quello che poteva assomigliargli. A mio avviso poteva fare degli esperimenti sull’amore invece che sulla paura ma io non sono uno scienziato. Povero bimbo. Sono queste le basi di psicologia sullo studio delle fobie umane e da cui è stato possibile sviluppare una nuova teoria di apprendimento: quella associativa.

Come funziona il condizionamento classico

Il condizionamento classico in sostanza è quel processo in cui una persona (o animale) fa diventare uno stimolo inizialmente neutro e insignificante, qualcosa con un suo significato, che dà luogo a una risposta definita. Questo tipo di apprendimento prevede di presentare uno stimolo neutro e uno significativo, associandoli in maniera concomitante, tanto che alla fine diventano la stessa cosa. Quello che in molti corsi di PNL viene definito “ancoraggio”.

In pratica (citando proprio l’esperimento di Pavlov, risparmiandoci quello di Watson piuttosto immorale):  un cane viene indotto ad associare più volte il cibo (stimolo rilevante) al suono di un campanello (stimolo non significativo). Dopo un certo numero di ripetizioni di questa associazione suono del campanello – cibo l’animale al solo suono del campanello ha un atteggiamento uguale a quello che avrebbe se si trattasse di cibo (ipersalivazione).

La concomitanza, insomma, dei due stimoli genera una risposta uguale se c’è condizionamento. Due stimoli, due identiche risposte, l’una incondizionata che si avrebbe naturalmente anche senza condizionamento, e l’una invece condizionata da uno stimolo condizionato-associato (il campanello).

Questi studi sono stati fondamentali per la comprensione di alcuni aspetti della psiche umana: in particolare lo strano fenomeno delle fobie e di alcuni disturbi comportamentali.

Condizionamento classico e psiche umana

Nella psicologia umana il condizionamento classico spiega come nascano le fobie e di conseguenza come si possano superare, con il cosiddetto processo di desensibilizzazione. La mente umana è ancora qualcosa di estremamente affascinante e da esplorare. Anche stimoli apparentemente innocui generano a volte fobie. Ancora oggi molte persone temono gli squali perché impressionati da quel vecchio film visto 30 anni fa. Eppure gli squali uccidono circa 150 persone l’anno contro le migliaia morte di malattie trasmesse dalle zanzare. Eppure nessuno urla davanti all’insetto delle nostre estati.

Se pensiamo, inoltre, che in questo processo c’è anche quella che si definisce “legge della generalizzazione”, la situazione peggiora. Questa legge fa riferimento al fatto che dopo un po’, non solo la risposta condizionata si ha alla presenza dello stimolo condizionato (il cane), ma anche da stimoli simili a questo o che la persona percepisce come tale, dal punto di vista emozionale o simbolico. Per capirci il bambino in questione potrebbe temere un gatto, un agnello, un peluche peloso o dello stesso colore del cane che ha nella testa etc. semplicemente perché è un animale o perché peloso.

Crescerà con quest’idea e ne avrà sempre paura, sviluppando potenzialmente anche una fobia nei confronti di questo animale. La terapia cognitivo comportamentale per far passare questa fobia prevede che la persona si approcci all’animale temuto gradualmente praticando in quel momento tecniche di rilassamento efficaci. In questo modo si lavora per cancellare (nel cosiddetto processo di estinzione) l’associata risposta condizionata ansiogena (paura, sudorazione, agitazione etc.). La risposta emotiva a uno stimolo in sostanza può essere gestita e ammorbidita.

Ti faccio una mia personale precisazione sull’argomento. Quando non temiamo qualcosa? Quando abbiamo confidenza con quella situazione. Ciò vuol dire che la mente genera immagini e per paura che si avverino limitiamo la nostra esperienza. Ciò vuol dire che la conoscenza e l’esperienza ancora una volta sono la soluzione per espandere la propria realtà.

Cosa ci insegnano le teorie di Pavlov

Il processo di apprendimento non è solo quello cognitivo, ma esiste anche un apprendimento comportamentale. Se nel primo caso parliamo d’intelligenza, nel secondo si fa rifermento alle forme più essenziali, che sono studiate e sostenute nel comportamentismo. Ovvero c’è l’associazione di un’esperienza a un comportamento. Questo tipo di apprendimento ha la caratteristica di coinvolgere non solo le persone, ma qualunque essere con un sistema nervoso, anche gli animali.

Gli studi di Pavlov e quanto detto sulle fobie dovrebbero farci riflettere sui nostri sistemi educativi, dei nostri amici e dei nostri animali da compagnia. Prima di impartire una punizione, bisogna pensare bene se può essere compresa così come presentata o se invece non generi solo confusione.

Morris

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